YEMEN

Un paese in guerra, uno di quelli più affascinanti che esistano, unico direi: lo Yemen. Da sola Sana'a, la capitale, varrebbe il viaggio, con i suoi palazzi decorati da straordinari merletti in stucco, le finestre con i vetri colorati, l'atmosfera incredibile di un tempo passato che sembra immobile. È il paese dove il tempo gira su sè stesso e l'eternità sembra avere un senso: la vita si è fermata in un medioevo, con tutti lati positivi e negativi che concerne. Dal punto di vista fotografico potrei quasi dargli il podio (ma purtroppo le migliaia di foto che ho fatto in dieci anni di viaggi sono tutte in diapositiva): le montagne terrazzate, il verde delle coltivazioni di qat, le case in fango straordinarie nella loro semplicità e bellezza e i sorrisi dei bambini che per anni ho visto crescere. Chissà cosa fanno ora Saddam, Hussein, Ahmed, Miriam, Fatima? Chissà se le donne del sud vestono ancora con i cappelli da strega e a chi gettano le pietre se non c'è più nessuno a fotografarle? Sono sicura che Shibam è ancora la città dei grattacieli di fango, che Shahara è ancora raggiungibile con una strada, che se ci penso, mi fa venire i brividi ancora adesso e il suo ponte sospeso tra due montagne è ancora lì, monumento alla capacità umana di adattarsi al territorio. La diga della regina di Saba avrà ancora le sue iscrizioni sabee? E a Ma'rib le colonne del tempio della luna saranno ancora un luna park arcaico (del X sec. a.C) per i bambini senza giochi e senza libri? Chissà…

Tra le decine e decine di viaggi che ho fatto in Yemen, ci sono ricordi ed emozioni indelebili, tutte legate a qualche amico che forse non esiste nemmeno più: è il caso di Ali, bellissimo ragazzo con una malformazione alla spina dorsale che lo obbligava a camminare con le mani e che mi aspettava tutte le settimane all'ingresso di Seyun, oppure Karim che mi faceva guidare nell'attraversata del deserto e fu il primo a guardare l'eclisse di sole attraverso un vetrino da saldatore, sfidando la paura e la legge che imponeva di non uscire nemmeno di casa, oppure ancora Ahmed che invece mi aspettava davanti alla porta di Sana'a e mi accompagnava durante tutta la visita alla città incantata e che un giorno portai a comprare le scarpe, vedendolo sempre scalzo: le tenne ai piedi nonostante le vesciche (con lui imparai che non sempre si fa del bene pensando di farlo).

E chissà chi porta oggi Ibrahim a vedere le tartarughe che depongono le uova? Potrei andare avanti per ore a ricordare persone e luoghi, ma è ora di tornare. Spero solo che un giorno, non lontano, si possa tornare a vedere i paesi arroccati, la valle dell'Hadramaut, l'incantevole spiaggia di Bir Alì, Dar Al-Hajar, il castello sulla roccia, gli incantevoli palazzi in fango di Tarim, le città del deserto come Baraqish, che ho avuto la fortuna di vedere una sola volta, come in un miraggio del deserto e magari prendere un thè in uno degli splendidi mafraj, i salotti all'ultimo piano delle case, ascoltando la preghiera dei muezzin e assaporando, ancora una volta, l'atmosfera da mille e una notte tanto cara a Pasolini.

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